pubblicato martedý 14 luglio 2015


Un campanile che crolla e risorge


Una comunità cristiana alla ricerca della
propria identità ecclesiale e culturale

 

Cosa ha vissuto la comunità cristiana di Noci (BA) all’ombra di un campanile abbattuto da un fulmine (25 gennaio 2012) e ricostruito da mani esperte, maestranze illuminate, istituzioni benefiche?

In un documento pastorale non troppo vecchio (2004) i vescovi italiani affermavano che: «solo per pochi il campanile che svetta sulle case è segno di un’interpretazione globale dell’esistenza... se prima il territorio viveva all’ombra del campanile oggi è la parrocchia a doversi situare nei diversi ‘territori’ di vita della gente (CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2)». Per come abbiamo vissuto noi l’esperienza del crollo e della ricostruzione del campanile della Chiesa Madre di Noci, ci sembra quasi di dover dissentire dal dettato magisteriale! Il mondo che cambia non ha sbriciolato il senso di appartenenza religiosa dei fedeli che vivono all’ombra del campanile della Chiesa Madre di Noci!

Se solo teoricamente avevamo sostenuto, pure noi, che un campanile potevamo anche lasciarlo ‘cadere’ per mancanza di significatività culturale, ora invece, caduto fisicamente il campanile come opera muraria per via di un dannato fulmine, ci troviamo a fare i conti con una popolazione che al campanile e alla sua ricostruzione ha dimostrato di tenerci come ad elementi che attengono alla propria identità!

Ricostruito il campanile, sono state rimontate le campane, elettrificato il loro funzionamento, memorizzati i vari rintocchi, a scandire i momenti della giornata e le stagioni della vita. I tempi per invocare il Signore più volte al giorno e le pause per meditare sulla fragilità della vita. Una esistenza cronometrata dai segni della fede, potremmo dire.

Gli scampanii festosi e grandiosi delle notti di Pasqua e di Natale, il mezzogiorno solenne domenicale che ritma la settimana, l’annuncio della partenza delle processioni e il loro rientro tra le mura della chiesa. Il tempo della festa e quello del lutto: al mattino, trentatré rintocchi della Maria, lenti e mesti (la spiratura, come la chiamavano) conservati ormai nella memoria non meno storica del computer, ricordano alla gente che durante la notte un fedele ha lasciato questo mondo, una famiglia è nel lutto, e che la vita è... breve. E quando le campane annunziano l’arrivo del feretro (l’accompagnamento) la chiesa già comincia a riempirsi di parenti, amici, vicini di casa, abitanti del quartiere. Come ad ogni festa, ad ogni funerale un paese intero si mobilita.

E se, in qualche altra parte del mondo, qualcuno fa ricorso all’autorità per rimuovere le tracce di presenze religiose culturalmente fastidiose come le campane o, peggio ancora, i crocifissi, questo non è il nostro caso. Almeno fino ad oggi.

Ma fu vera fede? O solo devozione e attaccamento al passato?

Le domande, se stiamo alle statistiche, non sono del tutto oziose: dei cinquemila parrocchiani che farebbero riferimento alla comunità della Chiesa Madre, interessata direttamente dall’evento calamitoso, solo il dieci per cento partecipa regolarmente alla messa festiva. Eppure le campane suonano per tutti: magari i nostri fedeli non frequentano tutti la liturgia domenicale ma l’identità religiosa resta iscritta nelle loro abitudini anche grazie alle campane. Quanto di tutto questo vissuto religioso si può chiamare fede e quanta resistenza saremo capaci di opporre ancora al dilagare del laicismo nella società liquida in cui pure i nostri fedeli sono immersi, non ci è dato di sapere a priori. Di immaginare, magari, sì.

Tutta la storia della ricomposizione del campanile della Chiesa Madre di Noci, quella delle pietre s’intende, si è conclusa abbastanza velocemente, contro ogni previsione contraria, attraverso una paziente opera di ‘ripristino’ architettonico e artistico del manufatto, grazie all’intervento, tanto benefico quanto indispensabile, dell’ente regionale e alla guida saggia di tecnici esperti e operai solerti. È l’oggetto del report del presente volume. Abbiamo desiderato che, in questo lavoro di restituzione, non mancasse traccia di un altro processo, quello della riflessione teologico-pastorale. La battuta dell’allora assessore regionale ai LL.PP., avv. Fabiano Amati, che coniò per l’occasione l’ossimoro benedetto fulmine, è una bella chiave di lettura e di chiusura dell’intera vicenda.

Col permesso però di rilanciare qualche domanda alla legittima richiesta dei fedeli nocesi: Restituiteci il campanile, ne abbiamo bisogno! Per esempio: quanto le nostre prassi pastorali, ritmate dalle campane e dai loro rintocchi, ri-suonano come un messaggio positivo per l’Uomo e il mondo di oggi, comunque in continuo mutamento? E se a ripristinare un campanile, oltre ai fondi della Regione, c’è voluta tanta complicità di forze e di competenze, al processo di trasmissione della fede alle nuove generazioni non sarà necessaria qualcosa di più della buona volontà nel conservare riti e tradizioni del passato? S. Giovanni Paolo II nell’ormai lontano 1979 (in Polonia, a Nowa Huta) cominciò a sostenere che in Europa ci sarebbe stato bisogno di un «secondo annuncio». Anche noi pensiamo che c’è bisogno di ri-fecondare tante consuetudini, dalle radici religiose, con una intelligente nuova proposta di fede, anche all’ombra di tanti campanili, profittando, magari, di future ricorrenze centenarie (settecento?) dell’ampliamento della chiesa Madre di Noci (1316-2016) ad opera delle signorie locali.

resoconto di don Peppino Cito (@)



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