pubblicato venerdì 9 gennaio 2015


Perché gli avevano cambiato nome?


Quando ho iniziato a sentire parlare del sacramento della Riconciliazione non capivo tante cose, prima di tutto il nome: io avevo ricevuto il sacramento della Confessione, perché gli avevano cambiato nome?! E poi perché non si recitava più a memoria l’Atto di dolore?! Avevo sempre vissuto la Confessione come un Pentimento contrito, una colpevole lista di peccati, un’Ave Maria di penitenza e la sospirata Assoluzione...

Ma come dice spesso Don Matteo, la fede è un cammino, del quale non si conosce la meta: i magi non ci hanno forse mostrato il coraggio del cammino? Quando essi partono non sanno dove li porterà la stella che li guida...

Così sono diventata di nuovo pellegrina, ho iniziato un nuovo percorso per mia figlia, ma anche per me stessa: ho cercato di mettere in discussione i riferimenti che mi erano stati dati trenta anni fa, mi sono interrogata, ho cercato una nuova prospettiva, ho condiviso quello che provavo con gli altri componenti del gruppo “pensiero”...

Sì perché questo percorso di Iniziazione Cristina è iniziato con un passaggio organizzativo fondamentale: la costituzione di un gruppo “pensiero” di genitori (sei in tutto) che ha condiviso un cammino di riflessione teologica, partendo da un bisogno vero ed autentico di studio.

All’inizio il percorso è stato destabilizzante perché negli anni la prospettiva sul Sacramento era cambiata e perché eravamo consapevoli di iniziare un’esperienza completamente nuova, tutta da scoprire e da costruire...

Insomma brancolavo nel buio, ma poi ho iniziato a capire... Ho capito che la Confessione, che avevo vissuto io, era solo una parte del rito e del percorso della Riconciliazione: la parte più squisitamente spirituale e individuale... Ho capito che non era solo una questione di nome!

Ed ecco la prima grande scoperta: la Riconciliazione è lo sguardo amorevole del Padre prima ancora del nostro pentimento, è l’accettazione della nostra umanità perché prima ancora che chiediamo “perdono”, prima ancora che elenchiamo quella lunga metodica lista di peccati, Lui ci ama già così come siamo...

A questo punto un componente del gruppo ha citato la “parabola del Padre buono” ed io ho pensato “Non la conosco!”, ma, invece, è il mio solito problema con i nomi! Alla mia epoca si chiamava la “parabola del figliol prodigo” ora “del Padre buono”, ma anche qui non era solo una questione di nome!

Un’altra scoperta: il protagonista della Parabola è il Padre, non il figlio, e la Riconciliazione è anche la consolazione nel ricevere l’abbraccio gratuito del Padre quando si torna da Lui.

Lui, il Padre amorevole che ama il figlio, che invece è tornato solamente perché moriva di fame! Quel Padre che lo scorge da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia prima ancora che il figlio chieda perdono gettandosi ai suoi piedi...

Quanto mi sono sentita consolata, abbracciata ed amata da questa scoperta!

Intanto il nostro gruppo “pensiero” era sempre più unito ed i nostri vissuti (personali, familiari, religiosi...) si fondevano sempre di più con l’orizzonte teologico. Questo ha permesso di cambiare certi schemi, dal momento che è nata una nuova visione e di conseguenza una nuova struttura della celebrazione. In questo senso si è trattato di un vero e proprio lavoro di elaborazione e di discernimento.

Noi stavamo vivendo non solo la parte comunitaria di questo percorso, ma la libertà e la responsabilità nella scelta della fede, il coraggio di osare e di riprogettare la nostra vita: proprio come Zaccheo, capace di riprogettare la sua vita non fuggendo, ma nel proprio contesto sociale, che gli era sempre stato avverso!

Quante volte invece desideriamo fuggire e ricominciare tutto in un contesto completamente nuovo, dove nessuno ci conosce, ma il difficile è rimanere, lottare, ricominciare!

A questo punto avevo capito: ora si chiama “Sacramento della Riconciliazione” (da “riconciliare” dal latino “unire nuovamente, raccogliere insieme, ricondurre alla pace”) perché il Sacramento ci aiuta a rivivere e ci fa sperimentare, come il figliol prodigo, l’esperienza di un abbraccio affettuoso del Padre che ci ama così come siamo, per questo ci riconduce alla pace e ci fa vivere bene.

Noi del gruppo “pensiero” eravamo pronti per condividere con i bambini e con tutti gli altri genitori questo cammino. Ma come fare? Con quali strumenti, metodologie e parole comunicare? Non sarebbe stato facile, avremmo dovuto usare sicuramente un linguaggio differente per gli adulti e per i bambini, ma quale? Come? Lo abbiamo costruito passo dopo passo con impegno, fatica, gioia, delusione, soddisfazione...

Abbiamo cercato di coinvolgere le famiglie perché il percorso non doveva essere solo dei bambini, ma di tutto il nucleo familiare, che aveva il difficile compito di accompagnarli.

Non è stato facile: tante persone, tanti vissuti, tanti pensieri...

Ci sono stati momenti di forte condivisione, ma anche tanti momenti di discussione e di aperto contrasto, durante i quali la forza e la coesione del gruppo “pensiero” hanno cercato di ricordare incessantemente l’importanza del percorso intrapreso.

resoconto di Miriam Ruggiero, della parrocchia Madonna Pellegrina, Modena (@)



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